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Pagina 1 di 3 La megalopoli che non dorme mai raccontata da chi l’ha scelta come dimora
di Vincenzo Mattei
Una cosa bisogna mettere in chiaro per chi viene a visitare Il Cairo: questa non è una città per rilassarsi e né tanto meno per passare un fine settimana romantico.
Mettiamo da parte tutti i luoghi comuni, la maggior parte dei turisti che capita da queste parti sono gli stessi che optano per il pacchetto completo Sharm el Sheik, Horghada o Luxor, per poi venire nella capitale egiziana un paio di giorni, ricalcare le orme della guida turistica e rientrare in albergo per prepararsi al massacro del giorno successivo.
Inoltre mettiamo in conto che questi eroi del turismo devono sobbarcarsi un viaggio di 600 km da Sharm per vedere le piramidi e rimanere inesorabilmente delusi. Già, perché l’ultima Meraviglia del mondo antico, sopravvissuta alla storia dell’uomo e dei vari cataclismi naturali, risulta inesorabilmente sminuita dai continui venditori di bibite, cartoline e kefia, dai propinatori di cammelli e cavalli, e dalle false guide turistiche che sono sul chi va là per puntare il primo turista sprovveduto pronto a crederlo. Così l’incanto di trovarsi davanti a un’opera grandiosa d’ingegneria antica, che ancora cela i suoi segreti, perde colore e magia.
Per ritrovare quell’idea di misticismo bisogna recarsi a Dashur o a Menfi, che si trovano a circa 50 km dalla capitale, lì veramente può capitare di trovarsi all’interno della piramide Rossa completamente soli; però in questo caso occorre affittare un’auto o un tassista, è sconsigliato appoggiarsi ai vari alberghi perché si rientrerebbe nuovamente nella spirale del turismo di massa.
Gli stessi turisti si trovano spiazzati davanti al perenne traffico congestionato del Cairo. La maggior parte di loro pensa di andare in una città dalle Mille e una Notte, come incastrata in un tempo sospeso nell’incanto e nel fascino di dieci o più secoli fa. Il Cairo è tutto e il contrario di tutto, ma niente a che vedere con l’immaginario - forse un po’ infantile - di molti europei che vengono a visitarlo.
Il Nilo è costellato da grattacieli e ville in stile liberty dell’inizio del secolo scorso, che molti egiziani odiano perché simbolo di un periodo di occupazione straniera (Naghib Mahfuz, scrittore egiziano premio Nobel per la letteratura nel 1988, ci ricorda che negli anni ‘30 era vietato l’ingresso agli egiziani all’opera di Alessandria), e da abitazioni fatiscenti e palazzi alti venti piani che sembrano uscire da un’architettura di stampo sovietico anni ‘60. Quartieri poveri costruiti alla periferia della città con strade senza asfalto, palazzi di mattoni crudi, rivenditori di qualsiasi merce sui marciapiedi, un un’anarchia di esseri umani che si muovono in un via vai sincronizzato dai doveri giornalieri, bambini che puliscono le scarpe per uno o due lire egiziane, o cimentandosi come apprendisti meccanici, capre che ruminano nella spazzatura che ricopre le strade principali del rione; quartiere Fatimita (o Islamico) dietro il bazar di Khan Al Khalili, un luccichio di moschee ristrutturate recentemente con la cooperazione dell’UNESCO, strade asfaltate con lastre di pietre ben levigate, pulite, i negozi offronola loro mercanzia in piccole botteghe ben ordinate, vassoi e teiere d’antiquariato che sembrano uscire da un’altra epoca, i bambini in questo quartiere sfoggiano quei sorrisi che spezzano il cuore, le donne velate portano orgogliosamente le cesta sopra il capo, qui, in via Al Mu’ezz il Din, forse è l’unico angolo in cui Il Cairo ricorda uno di quei luoghi narrati da Sharazad. Due quartieri agli antipodi, accomunati da quello strato di smog e polvere del deserto. Il centro della città è un melting pot di popoli dell’Africa orientale e settentrionale, come di molti paesi del Medio Oriente ed i molti europei e americani.

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