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IL Castello di Lari PDF Stampa E-mail
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IL Castello di Lari
Il Fantasma di Giovanni Princi
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Da sede del Vicariato al FANTASMA del “Rosso della Paola”

di Sandro Serafini

 

Chi non ha paura della parola giustizia, alzi la mano.

"Cari lettori, vi ho visto che le avete alzate.
Adesso però vi tendo la mia in modo virtuale per scommettere con voi che alla fine di questo articolo forse un po’ di timore vi verrà."


Il Castello di Lari è situato nel centro dell’omonimo paese, a pochi chilometri da Pisa. Lari è un piccolo borgo medioevale. Un documento storico ne testimonia l’esistenza già attorno al 732 d.C, anche se a quel tempo, il castello era formato solamente da una torre grezza e da quattro muriccioli che ne delimitavano il perimetro. Solo successivamente, siamo nel 1200, grazie alla famiglia degli Upezzinghi, il maniero venne fortificato rendendolo molto simile a come appare oggi.

 

Il Castello fu conteso dalla città di Pisa, che ne riprende il possesso trasformandolo nella sede centrale del Comune, e la città di Firenze, che la conquista e la sottomette nel 1400 trasformandola in Vicariato, con l’ardua funzione di amministrare la giustizia e di riscuotere le tasse. Il motivo della contesa del maniero era ben noto alle due fazioni: grazie alla sua posizione dominante su tutto il Valdarno (dalle sue mura la vista spazia libera dai monti pisani alla costa livornese, a nord ed ovest, rispettivamente, fino alle balze di Volterra, a sud), il castello era in una posizione militare strategica, ponendo nettamente in vantaggio coloro che lo avrebbero posseduto. Pisa però, fino alla fine, non volle cederlo facendo così un altro tentativo bellico contro Firenze; ancora una volta però Firenze ebbe la meglio e grazie ai soldati, capitanati da Pier Capponi, respinse le truppe pisane, potenziando in seguito il sistema difensivo.

Il castello diventò così residenza stabile dei Vicari, oltre che sede del tribunale, della sala delle torture, e delle prigioni. Qui, i prigionieri venivano condannati, torturati e giustiziati, fino a quando, nel 1848 vennero soppressi i Vicariati e venne istituita la Pretura. Il carcere però mantenne le sue funzioni fino al 1934, anno in cui cessa la sua attività, chiudendo le prigioni.
Nel 1991 iniziò la fase di restauro del castello ad opera del comune, attuale proprietario, attivando il servizio di visite guidate grazie all’aiuto di giovani volontari.

Fin qui la storia non vi ha particolarmente scosso, ma vi assicuro che se all’esterno il castello ci regala un sorriso per la sua straordinaria bellezza, l’interno fa tutt’altro effetto, donando ai visitatori l’altra faccia della medaglia, quella dell’angoscia, del brivido, della paura.
Incamminandoci all’interno del cortile, sulla parete fatta di pietra, sono posizionati 92 stemmi lasciati dai Vicari. Proseguendo invece all’interno del maniero, si possono notare affreschi dell’epoca e pochi mobili originali. La prima sala che visitiamo è quella del Tribunale, dove fra l’altro fu processata una donna, Gostanza da Libbiano, accusata di stregoneria. Qui si respira un’aria di inquietudine, mentre ci immaginiamo, osservando le grandi sedie vuote, lo svolgimento di uno dei tanti processi avvenuti in questa sala. Accanto al Tribunale, si trova la Camera della Cassaforte, dove l’addetto al governo, conteggiava ed incassava i tributi. Procedendo di qualche metro, ecco che il cuore comincia a pulsare più forte: ci imbattiamo nella Sala dei Tormenti, dove i prigionieri venivano condotti per essere torturati e giustiziati. Le catene inchiodate alle mura e gli arnesi delle sevizie poggiati al loro interno ci bastano per farci salire un brivido lungo la schiena, facendoci sentire fortunati ad essere nati dopo gli anni ’40. Accanto alla Sala dei Tormenti si trovano le prigioni: all’interno delle quali c’era situato solo un tavolo grezzo sul quale i detenuti potevano sdraiarsi.

Pensavamo di aver visto tutto quello che c’era da vedere, e lo pensava anche il nostro cuore, che ragionevolmente aveva ripreso a battere in maniera normale. Non era così! A questo punto, infatti, a farci mancare il respiro sono proprio le celle dei sotterranei. Qui erano segregati i prigionieri più pericolosi, tenuti al buio e al freddo all’interno di celle che erano delle vere e proprie nicchie scavate nella roccia fredda ed umida, e che addirittura si riempivano di acqua ogni volta che la pioggia cadeva. Le condizioni nelle quali erano tenuti i reclusi erano disumane e terribili: questi erano obbligati a restare al buio, con fisse due catene che gli cingevano le caviglie. Anche i detenuti però avevano diritto a presenziare alle funzioni religiose. Infatti potevano assistere alle celebrazioni attraverso dieci piccole celle ricavate su di un lato della cappella.

Gostanza da Libbiano

Gostanza da Libbiano fu accusata di stregoneria dai suoi stessi compaesani, forse perché temevano i suoi sortilegi o forse perché troppo invidiata per l’attività che era riuscita a mettere in piedi: le pozioni che forniva erano infatti ben pagate o addirittura barattate con del cibo. La leggenda narra che la donna, dopo le torture subite, vistasi perduta, si lasciò andare alla fantasia, accettando la sfida degli inquisitori: raccontò ai suoi aguzzini la storia che vollero sentirsi raccontare, quella della strega per antonomasia, infarcendola con tutta una serie di superstizioni carpite qua e là, ascoltate dai racconti di altre donne o frutto della sua fervida fantasia. Così la guaritrice e l’indovina, depositaria di un sapere antico e misterioso che guariva con semplici rimedi, si trasformò nella strega di magia nera. Fu proprio lei stessa a definirsi una strega-vampira che succhiava il sangue dei neonati e che si donava, anima e corpo, al Diavolo, che le si presentava sotto forma di un bel giovane. Tuttavia il racconto fu talmente strabiliante che finì per stupire e confondere i suoi stessi giudici. Tanto da spingere il francescano Padre Dionigi da Costacciaro, inquisitore generale di Firenze, a non crederle e a non farsi abbindolare dalle favole dell’imputata. Questo religioso rappresentava un’ottica moderna, il nuovo controllo sociale che la Chiesa aveva intenzione di attuare per il futuro, che ai roghi preferiva il controllo delle coscienze e dell’educazione. Gostanza, infatti, non venne bruciata sul rogo come a molte altre donne prima di lei era capitato, ma fu condannata all’esilio e al divieto di esercitare la sua professione di guaritrice di uomini e di animali, in tal modo se ne neutralizzava automaticamente la pericolosità.

 



 
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