| IL Castello di Lari |
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Pagina 1 di 2 Da sede del Vicariato al FANTASMA del “Rosso della Paola”di Sandro Serafini
"Cari lettori, vi ho visto che le avete alzate.
Il castello diventò così residenza stabile dei Vicari, oltre che sede del tribunale, della sala delle torture, e delle prigioni. Qui, i prigionieri venivano condannati, torturati e giustiziati, fino a quando, nel 1848 vennero soppressi i Vicariati e venne istituita la Pretura. Il carcere però mantenne le sue funzioni fino al 1934, anno in cui cessa la sua attività, chiudendo le prigioni. Fin qui la storia non vi ha particolarmente scosso, ma vi assicuro che se all’esterno il castello ci regala un sorriso per la sua straordinaria bellezza, l’interno fa tutt’altro effetto, donando ai visitatori l’altra faccia della medaglia, quella dell’angoscia, del brivido, della paura. Pensavamo di aver visto tutto quello che c’era da vedere, e lo pensava anche il nostro cuore, che ragionevolmente aveva ripreso a battere in maniera normale. Non era così! A questo punto, infatti, a farci mancare il respiro sono proprio le celle dei sotterranei. Qui erano segregati i prigionieri più pericolosi, tenuti al buio e al freddo all’interno di celle che erano delle vere e proprie nicchie scavate nella roccia fredda ed umida, e che addirittura si riempivano di acqua ogni volta che la pioggia cadeva. Le condizioni nelle quali erano tenuti i reclusi erano disumane e terribili: questi erano obbligati a restare al buio, con fisse due catene che gli cingevano le caviglie. Anche i detenuti però avevano diritto a presenziare alle funzioni religiose. Infatti potevano assistere alle celebrazioni attraverso dieci piccole celle ricavate su di un lato della cappella. Gostanza da LibbianoGostanza da Libbiano fu accusata di stregoneria dai suoi stessi compaesani, forse perché temevano i suoi sortilegi o forse perché troppo invidiata per l’attività che era riuscita a mettere in piedi: le pozioni che forniva erano infatti ben pagate o addirittura barattate con del cibo. La leggenda narra che la donna, dopo le torture subite, vistasi perduta, si lasciò andare alla fantasia, accettando la sfida degli inquisitori: raccontò ai suoi aguzzini la storia che vollero sentirsi raccontare, quella della strega per antonomasia, infarcendola con tutta una serie di superstizioni carpite qua e là, ascoltate dai racconti di altre donne o frutto della sua fervida fantasia. Così la guaritrice e l’indovina, depositaria di un sapere antico e misterioso che guariva con semplici rimedi, si trasformò nella strega di magia nera. Fu proprio lei stessa a definirsi una strega-vampira che succhiava il sangue dei neonati e che si donava, anima e corpo, al Diavolo, che le si presentava sotto forma di un bel giovane. Tuttavia il racconto fu talmente strabiliante che finì per stupire e confondere i suoi stessi giudici. Tanto da spingere il francescano Padre Dionigi da Costacciaro, inquisitore generale di Firenze, a non crederle e a non farsi abbindolare dalle favole dell’imputata. Questo religioso rappresentava un’ottica moderna, il nuovo controllo sociale che la Chiesa aveva intenzione di attuare per il futuro, che ai roghi preferiva il controllo delle coscienze e dell’educazione. Gostanza, infatti, non venne bruciata sul rogo come a molte altre donne prima di lei era capitato, ma fu condannata all’esilio e al divieto di esercitare la sua professione di guaritrice di uomini e di animali, in tal modo se ne neutralizzava automaticamente la pericolosità.
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Chi non ha paura della parola giustizia, alzi la mano.
Il Castello fu conteso dalla città di Pisa, che ne riprende il possesso trasformandolo nella sede centrale del Comune, e la città di Firenze, che la conquista e la sottomette nel 1400 trasformandola in Vicariato, con l’ardua funzione di amministrare la giustizia e di riscuotere le tasse. Il motivo della contesa del maniero era ben noto alle due fazioni: grazie alla sua posizione dominante su tutto il Valdarno (dalle sue mura la vista spazia libera dai monti pisani alla costa livornese, a nord ed ovest, rispettivamente, fino alle balze di Volterra, a sud), il castello era in una posizione militare strategica, ponendo nettamente in vantaggio coloro che lo avrebbero posseduto. Pisa però, fino alla fine, non volle cederlo facendo così un altro tentativo bellico contro Firenze; ancora una volta però Firenze ebbe la meglio e grazie ai soldati, capitanati da Pier Capponi, respinse le truppe pisane, potenziando in seguito il sistema difensivo.