Tanoressia PDF Stampa E-mail
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Quando abbronzarsi diventa patologico

di Cristina Sacchetti


Con l’arrivo dell’estate essere abbronzati diventa quasi un obbligo e per alcuni rischia di diventare una vera e propria ossessione.

Gli esperti hanno addirittura coniato un nuovo termine per indicare il fenomeno della dipendenza da abbronzatura: Tanoressia, la traduzione italiana della parola inglese Tanorexia, composta unendo i termini Tan (abbronzatura) e Orexia, dal greco òrexis (appetito).

La Tanoressia può condurre a conseguenze gravi legate alla prolungata esposizione ai raggi solari: scottature, eritemi, macchie, invecchiamento precoce della pelle, lesioni pre-tumorali e tumorali, con particolare riferimento al melanoma, il cui rischio di insorgenza verrebbe aumentato del 75%. Il primo in Italia a studiare questo fenomeno, chiamato anche SCS, cioè Sindrome Compulsiva da Sole, è il dottor Matteo Cagnone, di Ravenna, dermatologo e presidente dell’Irdeg, (Istituto di ricerca e cura di dermatologia globale).

Il dottor Cagnone, che ha condotto un sondaggio su 4000 persone, spiega a questo proposito:

La tanoressia è una patologia emergente (new addictions) che si fonda su un sentimento di insicurezza del sè corporeo. È considerata una dispercezione corporea, come l’anoressico non si vede mai abbastanza magro, così il tanoressico non si vede mai abbastanza abbronzato, suggestione che può portare il soggetto ad una forma di dipendenza all’abbronzatura”.

Certo il sole non va demonizzato a priori perché da sempre rappresenta per l’uomo un’importante fonte di benessere psicofisico. Basti pensare ai tanti casi di depressione e alcolismo presenti nel Nord Europa per la carenza di luce che si ha per buona parte dell’anno. L’esposizione ai raggi solari facilita il rilascio degli ormoni del benessere, serotonina, endorfine ed altre sostanze endorfino-like che agiscono da veri e propri antidepressivi naturali e rappresenta la fonte principale di vitamina D. Oltre a questi effetti positivi, va ricordato anche il potente effetto antinfiammatorio naturale che il sole possiede e che si sfrutta per la cura di malattie della pelle come psoriasi, dermatite atopica, dermatite seborroica etc. Il fatto è che negli ultimi
anni è diventato molto aggressivo.

La causa principale è certamente la progressiva rarefazione dello strato di ozono atmosferico. Oggi molte radiazioni dello spettro solare passano in maggior quantità non avendo più un filtro valido che le trattenga e di conseguenza creano danni importanti alla nostra pelle. Nonostante ciò, si registra ancora un basso livello di attenzione nei confronti degli effetti nocivi degli ultravioletti. Sei italiani su dieci preferiscono il rischio di qualche ruga in più (ed il rischio di insorgenza di tumori cutanei) pur di avere la pelle color bronzo. Noi italiani siamo anche il popolo che utilizza di meno le creme solari, il fanalino di coda, a livello europeo, in termini di educazione riguardo una corretta esposizione al sole. A farne le spese sono soprattutto le donne, ossessionate dalla tintarella.

Stanno in media più di 6 ore al giorno al sole, senza protezione e fanno lampade artificiali in inverno ma anche d’estate. L’identikit della persona tanoressica mostra infatti una donna magra, fra i 16 e i 40 anni, residente prevalentemente al nord, spesso fumatrice, disidratata per la dieta e per l’eccessiva esposizione al sole, parametri identificati come veri e propri killers della pelle. Lo stare al sole e vedersi abbronzato aumenta loro l’autostima, cala lo stato d’ansia e migliora il tono dell’umore. Il loro basso livello di attenzione nei confronti degli effetti nocivi degli ultravioletti è dovuto, più che ad ignoranza, a preferire il rischio di danni cutanei più o meno gravi ad un pallore per loro inaccettabile.

È probabile anche una predisposizione genetica nel tanoressico. Più persone, nell’ambito della stessa famiglia, possono manifestare la stessa compulsione. L’intervento medico deve essere necessariamente interdisciplinare:
le neuroscienze alleate alla dermatologia. Prevenire proteggendosi dal sole, trattamenti antiaging ma anche modalità farmacologiche che modifichino la spinta all’addiction.

Farmaci serotoninergici sarebbero in grado di frenare l’ossessione per l’abbronzatura ad ogni costo.

 

 
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